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JG BALLARD: LA MOSTRA DELLE ATROCITÀ (INTERSEZIONI TRA REALTÀ E FINZIONE PT.2)


 

“Oggi nessuno è interessato al futuro. Credo che il futuro sia morto nel 1945 con le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki”, dice Ballard in un'intervista del 2006 (Extreme Metaphors). “La gente è spaventata dal futuro e per la prima volta è spaventata dalla scienza. La scienza è diventata quasi una forza illecita, manipolatrice della struttura genetica, generatrice di nuove malattie, sperimentatrice con la chirurgia al cervello e al sistema nervoso. […] Allo stesso modo abbiamo perso completamente interesse per il passato; il passato è un programma in tv che parla di Hitler. […] Viviamo in una sorta di presente espanso enormemente, impacchettato come una città di case popolari […] e La mostra delle atrocità descrive proprio questo mondo”.
Per poterci riuscire, Ballard frammenta la realtà contemporanea così da poterla riassemblare elemento per elemento. La mostra delle atrocità si costituisce di pseudo-racconti che sono in realtà i capitoli di una narrazione più ampia, omnicomprensiva, i quali a loro volta si costituiscono di paragrafi brevi e staccati tra loro. Questo conferisce al libro una struttura a mosaico dove ogni tessera è leggibile a sé ma, se fusa con quelle circostanti, dà forma a un'immagine più grande. L'ordine non segue una sequenza lineare, molto spesso rasenta la casualità, ma gli elementi e le immagini sono connesse l'un l'altra. Ballard usa chiamare questa narrazione “condensed novels”, ovvero “romanzi condensati”.
Dal surrealismo predominante e dall'ampio e lento respiro narrativo di opere come Il mondo sommerso, si passa qui a reminiscenze dell'astrattismo e della pop-art e a un ritmo più serrato e nervoso. Per esempio nel capitolo Il lifting al volto della Principessa Margaret, Ballard spiega di aver “preso il testo di una tipica descrizione di un'operazione di chirurgia plastica, un lifting del volto, e dove nell'originale c'era scritto “il paziente” io ho inserito “la Principessa Margaret”. Quindi ho fatto precisamente ciò che facevano i pittori pop art, prendendo immagini dalla vita quotidiana – bottiglie di Coca Cola, Marilyn Monroe – e manipolandole”.
Ballard traspone su carta anche la tecnica cinematografica del primo piano, tipica per esempio del cinema western, descrivendo immagini con dovizia di particolari. Il primo piano “non vuole esprimere niente della personalità dell'uomo, solo mostrare un dettaglio. In La mostra delle atrocità ho utilizzato i primi piani, ad esempio, per mostrare solo il braccio di una ragazza sullo sfondo di un'automobile”.


Dato che per Ballard lo stile è sempre in funzione del contenuto, questa scelta apparentemente difficile gli consente di ritrarre il paesaggio reale della vita negli anni Sessanta e i dubbi di chi vive in questa epoca, riflettendo la complessità e la stratificazione della realtà nuda, ed eliminando qualsiasi elemento fittizio legato agli orpelli narrativi su cui si basa la scrittura convenzionale. Dice: “quando metti insieme i pezzi importanti, e li metti insieme davvero, senza separarli da enormi quantità di “lui disse, lei disse”, porte che si aprono e si chiudono, “la mattina dopo” e tutte queste cose (la grande marea della narrazione convenzionale lineare), […] realizzi che ci sono incroci e collegamenti tra cose, eventi, elementi della narrazione che prima erano inaspettati e totalmente scollegati, idee che generano da sé nuovo materiale”.
Per Ballard esistono diversi livelli che compongono la nostra esperienza del mondo esterno e lo stile dei “romanzi condensati” gli permette di esaminarli simultaneamente. “Il livello degli eventi globali, come la guerra, la conquista dello spazio o la storia di Kennedy; il livello della vita quotidiana, della gente che si mette in auto ogni mattina, lavora in ufficio, viene ricoverata in ospedale, eccetera; e il livello delle nostre fantasie”. L'obiettivo di La mostra delle atrocità è fondere i tre livelli così come accade nella realtà, nella nostra vita. Cosa impossibile da ottenere con la consueta narrazione lineare, realistica, che Ballard paragona a una ferrovia che va da A a B senza possibili deviazioni. “Il mio scopo”, spiega, “è quello di mostrare che questi tre livelli – pubblico, privato e fantastico – si fondono l'uno nell'altro: tra essi esistono dei punti di intersezione. […] Sono convinto che quando un evento ha luogo in uno dei tre livelli di cui parlavo prima, necessariamente ha effetto sugli altri due, in modo più o meno percepibile. Perciò, in La mostra delle atrocità parlo del suicidio di Marilyn Monroe perché non lo ritengo soltanto la morte di una donna, ma una specie di disastro spazio-temporale, una catastrofe che ha creato una rottura nella nostra percezione del tempo e dello spazio, come se assistessimo all'improvviso collasso di un oggetto inamovibile davanti ai nostri occhi. In effetti, Marilyn Monroe, i Kennedy e gli astronauti sono parte del nostro paesaggio mentale tanto quanto le case e le strade che frequentiamo”.


Qualcuno sostiene che William S. Burroughs avrebbe influenzato Ballard a partire da La mostra delle atrocità, ma a ben guardare il loro stile, pur arrivando a risultati talvolta similari da un punto di vista estetico, si basa su visioni e obiettivi che si collocano agli antipodi. Burroughs scrive senza struttura narrativa né pianificazione, affidandosi a flussi di coscienza joyciani, descrivendo mondi completamente soggettivi. La sua celebre tecnica del cut-up (rimescolamento delle frasi come un taglia-incolla casuale) viene impiegata per riflettere la natura dl mondo per come realmente è, secondo Burroughs, ovvero rivelata dalle associazioni casuali. Ballard, invece, in La mostra delle atrocità e negli altri suoi testi, adotta uno stile sperimentale mantenendo però struttura e obiettivi ben chiari e definiti, una posizione quindi opposta a quella del grande scrittore Beat autore di Pasto nudo.
Approccio che lo distanzia anche dalla letteratura modernista sperimentale del Novecento. “Non è importante per me indagare sulla sensibilità interna, come i grandi [autori] modernisti”, spiega. “Qui è il mondo esterno a essere onnipresente, mentre [per i modernisti] esso non ha alcuna rilevanza”.  I personaggi di Ballard, sin dall'inizio della sua carriera, sono “esseri umani emarginati che abitano mondi dove gli elementi di finzione costituiscono una sorta di attività mentale esternalizzata. Non avevano bisogno di grande profondità psicologica perché era già tutto all'esterno, sopra le loro teste”.
La mostra delle atrocità è probabilmente il romanzo più rappresentativo e importante di James G. Ballard, ma anche il più difficile da leggere e da comprendere, a meno che non si conosca l'autore e le sue motivazioni (sui quali spero di aver contribuito con questo lungo articolo in due parti). A una prima lettura il romanzo trasmette un bizzarro senso di appagante stordimento, e la sensazione che voglia svelarci delle verità segrete, criptiche, difficili, ma certamente autentiche.


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