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P. K. DICK: CRONACHE DEL DOPOBOMBA (CERCARE IL DIVINO SULLA TERRA)

 
Cronache del dopobomba si ambienta in un'America ipotetica del 1981, ovvero diciotto anni dopo il momento in cui Philip K. Dick lo scrive, nel 1963. C'è una guerra atomica in seguito alla quale la vita quotidiana della gente cambia parecchio. Si sopravvive in piccole comunità urbane in lotta, e a tirare le fila del mondo, raccogliendo e distribuendo informazioni, c'è il programma radiofonico di un certo Dangerfield, astronauta decollato prima dello scoppio della guerra e ora bloccato in orbita intorno alla Terra. Facciamo subito la conoscenza di Hoppy, un focomelico che prima dell'olocausto era vittima di discriminazione, ma le cui doti fisiche e psichiche nell'era post-nucleare iniziano a sconfinare nel sovrannaturale. E insieme a esse crescono anche le sue ambizioni di dominio.
Anche questo romanzo, come il precedente Noi marziani, si sviluppa più sulle idee e sui messaggi che non sulla vera e propria trama, costituita dall'intreccio di diversi personaggi e punti di vista. Il tema principale è quello della paura della crisi atomica, caratteristico del momento storico in cui Dick scrive. In effetti l'ombra dell'olocausto nucleare aleggia sulle vite dei personaggi sin dall'inizio, prima che si verifichi, impressa come una psicosi innata. Il prototipo dell'uomo medio, qui, interpreta la società in funzione di uno scenario atomico: per esempio, si ritiene che la pelle nera sia una forma iniziale di ustione da radiazioni. Di grande rilievo è anche la discriminazione razziale, che infiammava l'America negli anni Sessanta, qui rappresentata dagli emarginati Stuart (nero) e Hoppy (focomelico).

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Il vero protagonista è Hoppy, ma ce ne rendiamo conto nella seconda parte quando lo ritroviamo come ibrido umano-androide. Ha infatti sviluppato poteri e conoscenze fuori dall'ordinario, dovute almeno in parte alla contaminazione radioattiva, che gli consentono di prendersi la sua rivincita sul mondo che un tempo lo discriminava come handicappato. Passa quindi a una condizione di onnipotenza che lo trasforma ben presto in un personaggio negativo.
“Tutto in me è perfetto,” dice a un certo punto, “mi manca qualche parte, ma non ne ho bisogno […]. Prima avevo dei collegamenti con il corpo, adesso ce li ho con il cervello. L'ho fatto io stesso.” Di “aggiustare” il corpo umano aggiungendovi parti elettriche, creando così esseri semi-umani e semi-androidi, Dick già ha parlato in L'androide Abramo Lincoln Noi marziani. Qui porta avanti il tema esplorandolo sotto altre sfaccettature, facendolo sfociare nella sfera religiosa di cui si occuperà più marcatamente nella parte finale della sua vita.
Hoppy diventa una figura messianica e religiosa a cui la comunità si rivolge per bisogno ma che, sotto sotto, è temuta. Il bisogno di risposte è forte e spinge l'uomo a rivolgersi alla fede religiosa. Ma il divino non è qualcosa di astratto e celeste, bensì un prodotto, un'evoluzione dell'essere umano dettata da condizioni nuove e inedite. Hoppy è questo. E lo è anche Dangerfield, l'astronauta che diffonde il suo verbo dal cielo favorendo l'unione e la speranza delle comunità di sopravvissuti. Lui è l'altra faccia della medaglia, il messia buono, e rimane un semplice, "vecchio" essere umano. Sebbene sia letteralmente “elevato al cielo”, è però intrappolato nella sua capsula.
Sfruttando l'immagine di un topo intelligente, capace di emozioni e di suonare il flauto, che a un certo punto ricorre del romanzo, forse Dick intende dirci questo: è negli esseri terrestri che va ricercata quella diversità, quell'evoluzione futura (sia essa fisica o psichica, bellissima o mostruosa), quella divinità, che sarà in grado di condurre l'umanità a un gradino più alto della scala. Un gradino a cui ancora, da soli, non siamo in grado di arrivare, incapaci di accettare e comunicare con il “diverso”, intrappolati in illogiche assurdità come la guerra e il razzismo.


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