LE PERSONE SONO STORIE E LE STORIE DEFINISCONO LE PERSONE



Ogni persona è un processo che si dispiega nel tempo sotto forma di racconto. Ognuno di noi ha una propria identità narrativa. Ed è sull’identità narrativa che ruota l’intero senso dell’esistenza e del Sé.
Per spiegarvi questi concetti prenderò in prestito alcune nozioni dal libro Identità della persona e senso dell’esistenza di Andrea Zhok (mia recente lettura), dal pensiero del filosofo coreano Byung-chul Han e dal sorprendente immaginario del caro, vecchio Jorge Luis Borges.
L'identità narrativa è qualcosa di reale che produce effetti concreti sul mondo: se l’unità narrativa crolla, come accade nelle psicosi, crolla la realtà stessa del mondo. Pensate a Blade Runner: quando Rachel scopre di avere ricordi falsi, indotti, e di essere un androide, il suo Sé crolla e ogni sua azione perde di scopo. Ciò non le impedisce, in quanto creatura dotata di autocoscienza, di ripensare la propria identità secondo nuovi termini e darsi nuovi scopi. La stessa cosa capita agli altri replicanti, guidati da Roy Batty in una crociata contro il loro creatore. Molti dei racconti più brillanti di Philip K. Dick si interrogano sul senso e sulla ricerca dell’identità.
Mentre gli istinti agiscono in modo automatico, l'identità narrativa introduce un grado di libertà. Sebbene i fatti del passato siano immutabili, siamo liberi di reinterpretarne il senso alla luce di progetti futuri. Nondimeno possiamo giustificare le nostre azioni passate inserendole in un sistema motivazionale: trasformiamo cioè il “l’ho fatto perché potevo farlo” in “l’ho fatto perché aveva valore farlo”. In questo, la narrazione rappresenta il luogo della nostra libertà suprema (e forse della nostra vera forza).


L'identità narrativa si configura come la vicenda di un Sé pubblico a cui la coscienza si affida per esplorare le possibilità del mondo. Questo Sé è il destinatario di lodi, biasimi e responsabilità, poiché è colui che risponde davanti a un pubblico. L'identità narrativa nasce dal costante gioco di identificazione e distanziamento tra questi due poli: il Sé pubblico (ciò che siamo per gli altri) e la coscienza intima (il proprio punto di vista, l’io del presente), che in forza della sua libertà può decidere di rimettere in discussione l'intero progetto del Sé, modificandone la direzione.
L’identità narrativa non è qualcosa di isolato: si intreccia con la storia degli altri e con la Storia intesa in senso universale. Il racconto degli altri (compresa la mitologia e la finzione narrativa) è basilare per acquisire eventi di cui è impossibile avere esperienza diretta: nascita e morte, cruciali per la nostra identità narrativa, ma anche tradizione e futuro, poiché la persona si percepisce come il risultato di una genealogia biologica e culturale. 
Qui entra in gioco la nostra natura organica e limitata, un fattore che non è in nessun modo trattabile. Le persone non possono riprogettarsi, ma devono prendersi cura della forma che già sono, in termini di salute biologica ed equilibrio con l'ambiente. Assumere una propria identità significa accettare la propria dimensione finita per poter progettare un futuro che abbia comunque senso.
Ogni nostra azione mira a un fine, ma se il fine fosse una chiusura definitiva ci precluderebbe il futuro, e in fin dei conti sarebbe equivalente alla morte. Di contro, se fosse un rinvio infinito senza mai un compimento, l'esistenza sarebbe un vuoto inconcludente. Il senso risiede perciò nel concepire il fine come compimento di un’unità all’interno di un insieme più ampio di unità che si susseguono, un po’ come una singola scena all’interno di una serie tv ancora in fase di scrittura da parte nostra, che si apre costantemente a nuove possibilità.

Amazon
 
Se, come nel racconto L’immortale di Borges (contenuto in L’Aleph, citato dallo stesso Zhok), la vita fosse infinita, nessuna nostra azione presente sarebbe decisiva perché qualsiasi futuro sarebbe parimenti disponibile, di conseguenza nessuna nostra azione avrebbe senso. Di Borges voglio citare anche un altro racconto, Funes, o della memoria (contenuto in Finzioni), dove una memoria di capacità infinita permette a un uomo di ricordare ogni cosa ma al tempo stesso riduce il suo pensiero a un mero cumulo di elementi. Pensare è dimenticare: solo la possibilità di astrarre e selezionare ci permette di dare un senso al mondo. E la selezione avviene in funzione non tanto del significato fattuale di un evento, quanto del suo carico emotivo (e perciò narrativo), che costituisce il vero “peso” del ricordo.
Byung-Chul Han, uno dei maggiori filosofi contemporanei, scrive in Nello sciame: “la capacità di analisi è ciò che determina il pensiero. L’eccesso di informazioni porta all’atrofia del pensiero. […] Distinguere l’essenziale dall’inessenziale. […] Spesso un ‘meno’ nell’informazione produce un ‘più’: la negatività dell’omettere e del dimenticare è produttiva.” E l’informazione è tanto più contagiosa (termine non casuale nell’era del virale digitale) quanto più “si svolge immediatamente su un piano emotivo o affettivo”.
Affinché una narrazione conferisca un senso trascendente all'esistenza, deve possedere una pretesa di verità. Ecco allora il ruolo della Storia universale: un "mito vero" che concilia il bisogno di trovare un senso intersoggettivo con i limiti del raggio d’azione individuale, fornendo una gamma di possibilità entro cui l’individuo può riconoscersi. L’identità narrativa si dimostra la forma logica più flessibile attraverso cui l'essere umano trasforma la propria fattualità biologica in un destino consapevole, assumendosi la responsabilità della propria storia all'interno di una comunità.
E le storie con la s minuscola? Le narrazioni di pura invenzione? Quelle che ci tramandiamo da millenni, che leggiamo nei libri, che guardiamo al cinema? Quelle che siamo sempre meno capaci di produrre e a cui dedichiamo sempre meno attenzione, quando invece ne avremmo crescente bisogno? (Ma questa è un’altra storia.)
Le narrazioni (tutte) permettono all’essere umano di abitare le dimensioni che non sono tangibilmente esperibili: nascita e morte, passato e futuro, l’Altrove e l’Altro in senso generale. Nutrono sentimenti trascendenti come speranza, ambizione o pentimento, che non potrebbero sorgere senza la capacità mentale di rappresentarsi mondi possibili, ma non concretamente manifesti. Ci consentono di comprendere il nostro agire ancor prima del realizzarsi dell’azione. E ci permettono di avere modelli ideali, catalizzando poi le energie in quella direzione.
Le storie rappresentano il luogo in cui possiamo non coincidere con la nostra maschera sociale o la nostra natura biologica, aprendo spazi di riflessione e possibilità inediti. Borges aveva capito l'importanza della narrazione su tutti i livelli, o non avrebbe impregnato le sue di un significato e un simbolismo così universali.
Dunque, sì, noi siamo storie e le storie ci definiscono.

Commenti