ROBERT SILVERBERG: IL TEMPO DELLE METAMORFOSI
Ho comprato e letto Il tempo delle metamorfosi di Robert Silverberg d’impulso, dopo averlo adocchiato nell’espositore dell’edicola. Pubblicato per la prima volta nel 1971 e vincitore del premio Nebula nel '72, appartiene alla fase più matura di Silverberg, di cui fanno parte anche Morire dentro e L’uomo nel labirinto, scritti tutti a cavallo fra gli anni ’60 e’70 e considerati tra i suoi capolavori.
Ho apprezzato il testo, nonostante nella prima metà vi siano alcune lungaggini descrittive di troppo, utili comunque a contestualizzare i motivi che spingono Kinnal, il protagonista, a innescare una rivoluzione silenziosa. Si parte dal presupposto che l’uomo si è disseminato nell’universo, e su uno dei pianeti in cui si è insediato, Borthan, diviso in due continenti sulla falsariga delle Americhe (va da sé, somiglianza non casuale), ha instaurato una civiltà che vuole prendere le distanze dalla decadenza fisica e morale della vecchia Terra. Per farlo, su Borthan vige un Comandamento che vieta l’uso di “io”, “me” e tutto ciò che può servire a dar sfoggio della propria identità, reprimendo così anche le emozioni personali e i rapporti sociali, limitati ai cosiddetti “fratelli di legame”. Se per esempio su Borthan dovessi dire “devo andare al bagno”, dovrei usare la formula “si deve andare al bagno”. Pronunciare “io” e “me” è un’oscenità, una bestemmia. L’idea di una lingua vincolata all’imparzialità è l’idea più interessante di Silverberg, utile a farci vedere le mura che ciascun abitante di Borthan innalza attorno a sé per naturale inclinazione, dato che il Comandamento esiste da generazioni ormai, e chiunque vive condizionato da questo modo senza porsi domande o mettere davanti la propria personalità.
Conosciamo Kinnal mentre rifiuta il proprio alto lignaggio, che lo vuole fratello dell’Eptarca, il governatore della città, con tutti i vantaggi che avrebbe in quella posizione. Invece, Kinnal preferisce andarsene altrove a cercare la propria strada. La prima metà del romanzo è incentrata sul suo pellegrinaggio, grazie al quale Kinnal fa esperienza più ampia e profonda del suo mondo e dell’alienazione che lo caratterizza, senza ancora sviluppare vere e proprie ideologie controcorrente ma scoprendo un piacere perverso nell’infrangere il dogma a suon di “Io! Io! Io”, ad esempio quando si porta a letto le prostitute. La sua “metamorfosi” avviene quando incontra un terrestre che gli fa conoscere la droga sumarana, in grado di provocare un’estasi condivisa tra chi la assume. Dapprima scandalizzato e riluttante, inevitabile reazione condizionata, Kinnal decide di ascoltare il terrestre e, con esso, i suoi dubbi, e la prova. L’esperienza lo convince della potenzialità che avrebbe la droga sumarana nel favorire la comunione spirituale e fare quindi da antidoto all’alienazione sociale imperante. Da lì Kinnal intraprende la strada del proselitismo, finendo esiliato per questo, tanto che quelle che leggiamo sono di fatto le sue memorie, consegnate in ultima battuta al suo fratello di legame.
Anche se Silverberg non lo dice, siamo portati a pensare che Kinnal sia riuscito a gettare un seme che porterà a un futuro diverso, “a time of changes”, i tempi di cambiamento del titolo originale, che in effetti non ha nulla di fantascientifico, evidenziando semmai il sentimento politico che impregna il romanzo. Nella seconda parte l’azione e il ritmo aumentano, ma rimangono lo stesso in funzione di una storia fortemente umanistica e con tematiche di tipo esistenziale. La fantascienza, qui, fornisce più che altro il pretesto e il contesto allegorico.
Il tempo delle metamorfosi è chiaramente un’opera figlia dell’epoca in cui è stata scritta: la droga come mezzo per raggiungere verità più elevate, strappare il velo di Maya che nasconde la realtà e, per dirla con il classico di Huxley, aprire le porte della percezione, be’, non serve essere un genio per vedere le radici di questa ideologia nei movimenti controculturali e hippie degli anni Sessanta. Nel bene e nel male: nel bene perché il messaggio del romanzo è quello di una rivoluzione pacifica che riporti unità sociale in un mondo atomizzato e isolazionista, nel male perché l’idea che la droga possa essere veicolo di tale rivoluzione ha un sapore ingenuo e retrò. Va detto però che Silverberg chiarisce che la droga portata dal terrestre non ha alcun effetto collaterale, è una panacea portatrice di amore puro, un’utopia pura, insomma. In questo vedo una punta di ironia che permette di cogliere il messaggio nel modo giusto.
La parte più attuale del romanzo, che sopravvive alla prova del tempo e – a mio parere – quella che rimane maggiormente come spunto di riflessione, è la questione della società frammentata di Borthan. Neanche a farlo apposta, di recente mi sono imbattuto nella teoria di Plotino sull’unità originale, e in A Time of Changes ho colto il riflesso di quel principio. La teoria dell'Uno esposta nelle Enneadi di Plotino descrive un principio supremo, l’Uno originale, di cui è manifestazione ogni elemento che costituisce la molteplicità del nostro mondo (l’albero, il mare, noi stessi), ma ciascuno lo è con gradi diversi di perfezione. Ciò implica che anche la manifestazione meno perfetta (quello che forse potremmo intendere come "male"), è comunque riconducibile al principio unitario, senza eccezioni. Più si è disposti a cercare l’Uno originale, più si coglierà l’interconnessione tra ogni elemento della frammentata molteplicità del reale, accrescendone significato e bellezza; meno si è disposti a credere nell’Uno, più ogni elemento ci sembrerà fine a se stesso, un frammento trascurabile e casuale.
In A Time of Changes questo concetto riecheggia nella società di Borthan, dove il Comandamento impone una frammentazione dell'io che nega l'identità personale, simboleggiando la deviazione dall’unità primordiale. Nella società di Borthan, le persone sono burattini passivi mossi unicamente da riflessi condizionati, i loro fili, che li intrappolano. Al contrario, la droga sumarana, attraverso la comunione mentale (che peraltro mi ha riportato a Palmer Eldritch e a Wilbur Mercer del miglior Philip K. Dick), dissolve le barriere individuali e simboleggia il ritorno plotiniano all'Uno oltre la frammentarietà illusoria. E questa è una lezione più vera che mai, oggi, circondati come siamo dai nuovi comandamenti del mondo capitalista – menefreghismo, nichilismo e opportunismo – con i media che ci vogliono chiusi dentro a scatole, dipendenti dall'acquisto compulsivo. Una lezione più necessaria di quanto non lo fosse negli anni in cui Robert Silverberg scriveva, perché in fondo è un invito a restare umani.
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