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SIMAK: IL VILLAGGIO DEI FIORI PURPUREI (LE NOSTRE INTENZIONI FANNO LA DIFFERENZA)


Il villaggio dei fiori purpurei (1965), insieme al successivo Infinito, rappresenta per Clifford Simak il passaggio definitivo dall'ottimismo che permea le opere della sua prima fase (Oltre l'invisibile, L'anello intorno al sole) a una visione intrisa di fondamentale dubbio, che già si evidenziava in Camminavano come noi.
Nella cittadina rurale di Millville, una civiltà aliena prende contatto con gli esseri umani manifestandosi sotto forma vegetale. In tutto il borgo compaiono aiuole di fiori purpurei, ma anche oggetti bizzarri come telefoni senza fili (oggi un po' meno incredibili di allora, ma chiudiamo un occhio!). Anche altri eventi, come la scomparsa di un ragazzo che amava le piante ma soprattutto la presenza di una barriera invisibile che circonda la città, contribuiscono a portare il caos in questo luogo pacifico. Anche questa volta, come sempre in Simak, è un "uomo comune", tutt'altro che un eroe o un prescelto, a essere travolto da eventi più grandi di lui e fare da punto di vista per raccontare la vicenda.
Alcuni elementi ricorrenti permettono di identificare subito la voce di Simak. Per esempio lo scenario del paesino di campagna, descritto in toni di meraviglia, che resta isolato dal mondo a causa di una barriera aliena e al cui interno i rapporti umani cominciano inevitabilmente a degenerare (insomma, in The Dome Stephen King non si è inventato niente). Torna anche il concetto di un'infinita serie di mondi possibili, sviluppato nei romanzi precedenti (in particolare in L'anello intorno al sole), e quello della presenza di altre civiltà nel cosmo capaci di una visione ben superiore a quella umana.


A un primo sguardo sembra che Simak punti il dito contro l'indole umana, la nostra incapacità di gestire le cose in modo saggio e pacifico, il nostro rifiuto a "vedere oltre il confine". In realtà non si tratta solo di questo: viene lasciato il dubbio a proposito delle intenzioni della specie aliena, la quale si manifesta in modo così surreale, chiuso a ogni comunicazione con noi, da lasciarci inermi. Come si fa a parlare con un fiore per capire le sue intenzioni? Ma d'altra parte, esiste qualcosa di più gentile e innocuo di un fiore? Quindi qual è la verità? Cosa rappresentano questi fiori purpurei per gli abitanti di Millville?
L'astuzia umana, pure subdola ed egoista, sembra dare le garanzie necessarie perché l'epilogo non sia del tutto tragico (l'invasione). Potrebbe anche rappresentare un cambiamento sì radicale e traumatico, ma non necessariamente negativo. Potrebbe esserci offerta una via di fuga da qualcosa di peggiore: noi stessi. Simak in questo libro ci dà un'ultima possibilità. In effetti si ferma un attimo prima di quello che avrebbe potuto essere il finale per lasciare al lettore la facoltà di scegliere quale direzione prenderanno gli eventi. Come per ribadirci che la nostra intenzione, il nostro modo di ragionare, fanno la differenza. Soprattutto nella realtà.
Il villaggio dei fiori purpurei è un bellissimo romanzo di fantascienza, purtroppo non fra i più noti, la cui ricchezza di idee e spunti sarebbe sufficiente ad alimentare altri due o tre testi. Una lettura seducente, ipnotica, ben bilanciata, che dimostra l'evoluzione del suo autore negli anni.




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