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P. K. DICK: CONFESSIONI DI UN ARTISTA DI MERDA (O DELL'INCERTEZZA)



Scritto nel 1959, Confessioni di un artista di merda è un'altra prova di narrativa non di genere da parte di un Philip K. Dick che ancora ambisce a essere riconosciuto come autore di valore al di là della fantascienza. Tuttavia questo testo una piega un po' diversa dai precedenti tentativi nella direzione mainstream (In terra ostile, In questo piccolo mondo, Il cerchio del robot, Mary e il gigante). La realtà “priva di centro e di stabilità morale” (citando Carlo Pagetti nell'introduzione all'edizione Fanucci), che fino a ora si esplicitava in storie di problemi quotidiani - famiglia, lavoro, relazioni - viene qui arricchita da dinamiche più drammatiche e personali.
Fay subisce i maltrattamenti del marito Charley, da sempre un uomo violento. Quando lui viene ricoverato per un infarto, Fay si lascia andare a una relazione con un amico comune, Nat, anch'egli sposato. Intanto il fratello di Fay, Jack, artista sfaccendato e credulone, vive con lei e le figlie, sentendosi però escluso dal loro mondo e dalla realtà in generale. Appena esce dall'ospedale, Charley diventa subito una minaccia all'incolumità di tutti, compresi gli animali della fattoria di famiglia.
Le figure della storia sono strettamente connesse con la vita reale di Dick. L'autore con ogni probabilità si riconosce sia in Nat, l'amante che subisce le maniere aggressive del marito, sia in Jack, che rappresenta invece l’artista del titolo. Nel primo, i risvolti autobiografici dell’opera (di tutte quelle del periodo fine anni Cinquanta, inizio Sessanta) sono radicati negli eventi del 1959, quando Dick divorzia di nuovo e sposa la sua terza moglie.


Nello straniamento del personaggio di Jack, il suo inseguire misticismo e credenze (la fine del mondo, gli Ufo) pur riconoscendone l’assurdità, ritroviamo forse gli stessi sentimenti di incertezza e sfiducia che lo scrittore prova quando combatte tra l'ambizione per la letteratura “alta” e il successo in quella di consumo. Non a caso Jack, l'"artista di merda" del titolo, è il personaggio più interessante del gruppo e avrebbe meritato maggior spazio, laddove la relazione tra Fay e Nat occupa una porzione anche troppo ampia della prima metà.
Il vuoto esistenziale e un’identità perduta sono la malattia di cui soffrono i protagonisti di Confessioni e di tutti gli altri libri di Dick, in particolare quelli mainstream. E di cui soffre, almeno in parte, lo scrittore stesso. Lo stile di vita dell’America anni Cinquanta (fondato su un'etica discutibile, moralista, borghese, capitalista, come emerge bene, tra gli altri, in Occhio nel cielo In terra ostile) non può certo fornire una risposta alla ricerca interiore. Ma nemmeno possono le relazioni coniugali ed extraconiugali, la famiglia, o altri valori cosiddetti stabili che in realtà, almeno per lui, non lo sono.
Costruito utilizzando punti di vista narrativi diversi a ogni capitolo (terza persona per Charley, prima persona di Fay, prima persona di Jack), l'impressione è che Confessioni sia un po' confuso e disequilibrato, ma anche ricco di spunti significativi e, in assoluto, il testo più personale che Dick scrive in questa fase della sua carriera.

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