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DAVID CROSBY: CROZ



Croz è un grande disco, non solo per il ritorno in studio di David Crosby dopo vent'anni, ma perché è un album che contiene musica di classe e, soprattutto, inaspettata. Crosby non è l'unico autore qui, sebbene sia la voce principale. La presenza degli altri componenti della band è ugualmente importante. James Raymond, suo figlio, è autore di testi e arrangiamenti, e sostanzialmente l'impronta del disco è sua. Un sound che già Crosby & Nash avevano sperimentato nel loro omonimo album del 2004 o nei tour degli ultimi anni; un sound che pare la naturale prosecuzione del progetto CPR (Crosby, Pevar, Raymond), nato e rapidamente scomparso circa quindici anni fa.
Etichettare Croz è alquanto difficile e questo è un buon segno. Serve un secondo e un terzo ascolto per cominciare a canticchiare le canzoni. Segno molto positivo, a mio parere, perché significa ricerca musicale, progressioni non banali. Croz è intrigante, jazzato, è una sorta di corteggiamento per l'orecchio sin dal primo, avvolgente brano "What's Broken" (impreziosito dalla chitarra di Mark Knopfler), dritto fino alla fine senza cedimenti. Ci sono canzoni che colpiscono più di altre, dalle spoglie acustiche a quelle con la band al completo, ma l'approccio (a detta dello stesso Crosby) è stato più del tipo concept che non del tipo "raccolta di nuove canzoni". In effetti, la sua integrità si avverte sin da subito ed è un punto di forza. Quindi non ci sono tappabuchi.
D'altra parte non è nemmeno un disco che ci restituisce "quel" Crosby, quello della sua epoca, il più celebre. Croz, al contrario, è una lezione su come fare del nuovo rock partendo dalle radici classiche e contaminandole in tanti modi diversi, senza mai scadere nella nostalgia o nel pacchiano. Rinfresca le orecchie ed è una vera esperienza musicale come non se ne sentivano da tempo.



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