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LUIGI MUSOLINO: UIRONDA (UNA DOLCE E INQUIETANTE PERDITA)



Uironda, uscito quest'anno per Kipple Editore, raccoglie gli ultimi racconti dell'autore Luigi Brigante Musolino. Premetto che non sono un fan della letteratura horror (mi limito a certi mostri sacri tipo Lovecraft e sono uno di quelli che ritiene Stephen King uno scrittore al 95% NON horror). Ciononostante ho assistito alla presentazione di questa antologia e ne sono uscito piacevolmente incuriosito. Va da sé che il motivo del mio interesse verso un autore italiano che scrive horror italiano, al di là delle regole di genere, riguarda la scrittura in se stessa. Ho approcciato Uironda con mente molto libera dai confronti perché volevo soprattutto vedere come Musolino si districa in quella che a tutti gli effetti è una sfida: scrivere storie del terrore e del mistero con ambientazione italiana.
Non è cosa da poco. Sappiamo tutti che l'immaginario popolare è legato a certe ambientazioni, atmosfere e sonorità che hanno fatto la fortuna di un certo tipo di cultura popolare. E' difficile immaginarsi certi tipi di storie in scenari diversi da quelli che le hanno partorite o ne hanno determinato il successo. Insomma, parlare di Derry, di Bill Denborough, dell'Overlook Hotel e del cane Cujo (tanto per citare celebri esempi kinghiani), suona ben diverso che parlare di Sant'Angelo Lodigiano, Giovanni Braglia, l'Hotel Miramare e il cane Giotto. Diciamo che, paradossalmente, questi ultimi suonano troppo nostrani e reali per poterci credere o apparire "belli" (magici? evocativi? misteriosi? esotici?) all'interno di una storia, a meno che non ambisca a somigliare a un caso di Chi l'ha visto.
Ma è ovvio che non può essere una regola universalmente vera, altrimenti la nostra immaginazione sarebbe davvero ingabbiata. L'esempio che ho fatto è volutamente farsesco. La difficoltà di ottenere ambientazioni italiane credibili e magnetiche non va mai attribuita all'idea in sé, ma alla scrittura, alla capacità da parte dell'autore di dosare gli elementi e le sonorità che costituiscono il confine tra la magia onirica di una storia e, diciamo così, quell'iper-realismo nostrano che la penalizzerebbe.


Uironda è la dimostrazione che cercavo. Luigi Musolino è un narratore abilissimo e riesce perfettamente nell'intento di affascinare e inquietare senza generare un senso di rifiuto nel lettore, quel genere di "strizzata d'occhio" (come per dire: credici, dai, fammela passare!) che ucciderebbe qualsiasi intenzione, figuriamoci l'atmosfera. Luigi è capace di padroneggiare la penna, di creare descrizioni dense e taglienti senza cadere nel pomposo, come certe cose di lovecraftiana memoria. Perché, innanzitutto, Luigi scrive bene. Molto bene. Talmente bene da generare invidia. Da un maestro come King, il nostro autore ha appreso la miglior lezione: arricchire la facciata della storia con i dettagli del mondo reale (italiano), evitando però di farlo pesare. I suoi racconti sono popolati da camion Scania, auto Stilo, pennarelli Uniposca, penne Bic, orologi Sector e così via. Dall'altra parte, gli orrori non sono troppo palesati, preferendo restare nell'ambito del possibile, del vedo/non vedo.
Luigi non ha quindi bisogno di spingersi molto lontano dalla terra che calpestiamo nella vita di tutti i giorni. L'esistenza di altre dimensioni, di poteri maligni, dell'"ombra" (qualunque o chiunque essa sia), non è quasi mai palesata, non assume mai la posizione di un Godzilla che calpesta la città. Ci viene invece suggerita e fatta percepire attraverso il quotidiano, attraverso personaggi dotati di passato e personalità anche nello spazio di poche righe. Pure questa è una lezione non scontata che Musolino ha fatto sua. L'idea da cui ogni racconto germoglia vive e respira grazie alle sensazioni che è in grado di generare. Se cercate universi popolati di bestie immonde, non è a Uironda che dovete andare (sebbene quel genere di fascinazioni lovecraftiane non manchi, per esempio, in Il terzo piano e mezzo della scala D, forse il racconto che mi ha stregato più di tutti). Ma Uironda è più che altro una dolce e inquietante perdita.


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