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CLIFFORD SIMAK (PT.4): IL MANIFESTO DELL'INFINITO




Il villaggio dei fiori purpurei (1965), insieme al successivo Infinito, per Clifford Simak rappresenta una chiara evoluzione tra l'ottimismo che permea le opere della sua prima fase (Oltre l'invisibile, L'anello intorno al sole) e una visione intrisa di dubbi fondamentali. In questo romanzo, nella cittadina rurale di Millville una civiltà aliena prende contatto con noi manifestandosi sotto forma vegetale. In tutto il borgo compaiono aiuole di fiori purpurei, oggetti bizzarri come telefoni senza fili (oggi un po' meno strani di allora, ma pazienza!), un ragazzo scompare nel nulla e, in generale, scoppia il caos. Anche questa volta è un personaggio comune in balia di eventi più grandi di lui a restare coinvolto nella vicenda, svelandola man mano al lettore.
Alcuni elementi ricorrenti permettono di identificare subito la voce dell'autore. Per esempio lo scenario del paesino di campagna, descritto nei toni di meraviglia sospesa, che resta isolato dal mondo a causa di una barriera aliena, al cui interno i rapporti umani tendono inevitabilmente a degenerare (insomma, in The Dome Stephen King non si è inventato niente). Ricorre anche il concetto di un'infinita serie di mondi nel tempo, sviluppato nei romanzi precedenti (in particolare in L'anello intorno al sole), e quello della presenza di altre civiltà nel cosmo dotate di una visione superiore a quella umana.
A un primo sguardo sembra che Simak voglia puntare il dito contro l'indole umana, la nostra incapacità di gestire situazioni imprevedibili in modo saggio e pacifico, il nostro rifiuto ottuso a "vedere oltre il confine". In realtà non è così, o almeno non solo: un grande dubbio viene lasciato a proposito delle intenzioni della civiltà aliena che si manifesta in modo così surreale e incomprensibile (fiori, appunto). L'astuzia umana, pure subdola ed egoista, sembra dare le garanzie necessarie perché l'epilogo non sia tragico (l'invasione). Nemmeno il finale chiude davvero la vicenda: Simak si ferma per lasciare al lettore la facoltà di scegliere quale direzione prenderanno gli eventi.
Il villaggio dei fiori purpurei è un bellissimo romanzo di fantascienza, purtroppo non fra i più noti, la cui ricchezza di idee e spunti sarebbe sufficiente ad alimentare altri due o tre testi. Ma è anche una lettura seducente, ipnotica. Il Simak romanziere migliora libro dopo libro e qui non c'è più traccia dello sbilanciamento narrativo dei suoi primissimi lavori.



Il romanzo più oscuro e universalmente pessimista di Clifford Simak è molto probabilmente Infinito (1967). Le critiche alla debolezza e alla stupidità degli esseri umani, presenti in Il villaggio dei fiori purpurei e altre opere precedenti come La casa dalle finestre nere, evolvono qui nella visione drammatica di una società ottusa e sul ciglio dell'autodistruzione, quantomeno psichica. In questo senso, Infinito si può benissimo affiancare a opere come 1984 di Orwell e La città e le stelle di Clarke.
Nel mondo futuro immaginato da Simak, la vita degli uomini è quanto di più asettico e parsimonioso possibile: si vive solo per accumulare ricchezze per una seconda vita promessa dalla scienza, che inizierà con il risveglio dall'ibernazione e la cura dalle malattie. In questo contesto si intrecciano le vicissitudini di vari personaggi alla ricerca di un senso superiore in grado di giustificare tutto questo, ma anche alla ricerca delle falle di un sistema apparentemente perfetto. Tra essi un prete, un cercatore di tesori, un condannato a morte (i criminali sono privati della possibilità di resurrezione), una scienziata che ha decifrato la matematica di un pianeta alieno, scoprendo quella che potrebbe essere la verità su Dio, e un criminale che tenta di derubare i defunti dei loro beni terreni.
Tutti loro vogliono rispondere alla domanda posta dal titolo originale del romanzo: perché mai dovremmo riportarli indietro dal paradiso? Esiste davvero qualcosa per cui valga la pena raggiungere o anche soltanto ambire all'immortalità? La scienza ha davvero i numeri per sostituirsi a Dio, alla fede spirituale?
Sulle ambientazioni rurali, care al Simak precedente, cala una cappa di grigio. Come sempre ritroviamo spunti e temi ricorrenti, ma che l'autore ridefinisce in nuove situazioni. Infinito è forse il romanzo simakiano che più di tutti si rende autonomo ed essenziale anche a un lettore che non ha mai avvicinato Simak. Non passa attraverso l'allegoria o la morale (come la La casa dalle finestre nere), non apre spiragli di possibilità straordinarie (come Oltre l'infinito e L'anello intorno al sole), piuttosto è un manifesto nel quale la fredda logicità degli eventi conduce a inevitabili e disilluse conclusioni.



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