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CLIFFORD SIMAK (PT.5): UN DITTICO SIMBOLICO


Nella sua ultima fase, Clifford Simak si sposta dalla fantascienza pura al fantastico-fiabesco con elementi fantascientifici. La bambola del destino (1971) non è un romanzo di fantascienza, ma è ambientato su un pianeta ignoto. Non è un romanzo fantasy, ma parla di un pellegrinaggio e di creature fantasiose.
I protagonisti (che paiono lo stereotipo dei ruoli che rivestono) sono alla ricerca di un leggendario avventuriero su un pianeta sconosciuto, e durante i vari incontri con creature del luogo scoprono inaspettate verità a proposito di diversi livelli di realtà ed esistenza. Verità tra l'altro difficili da accettare, a meno di compiere un estremo atto di fede (un po' come Indiana Jones quando accetta di rischiare tutto nel “balzo della fede” che lo conduce al Santo Graal).
La genialità di La bambola del destino, a parte le numerose idee simakiane di cui è costellato, sta nel reinventare la tipica struttura del fantasy d'avventura con tutti i personaggi-macchietta del caso (che possono ricordare vagamente Han Solo, Leila e C3PO di Star Wars, o persino le loro parodie di Mel Brooks), giocando con gli ingredienti e riuscendo a costruire un'opera che, nel complesso, è davvero di ottimo livello, perfettamente credibile.
L'autore ritorna su un tema già utilizzato nei suoi primi romanzi (Oltre l'invisibile, L'anello intorno al Sole): possibilità di esistenze diverse, a noi sconosciute, rappresentano il senso supremo e il fine stesso della vita. La critica e il pessimismo nei confronti dell'etica e del modo di ragionare della nostra società vengono accantonati (sebbene non del tutto: l'irritante cocciutaggine dei protagonisti non sembra un tratto casuale) per far spazio alla messa in scena, all'esplicitarsi “teatrale” del significato.
Del resto la storia è lineare, priva di deviazioni, non c'è nient'altro da raccontare se non ciò che si svolge intorno e tra i personaggi. È un libro da leggere e rileggere ancora, per accorgersi che ogni frase esiste in funzione dello svelamento finale. Paesaggi e azioni di questo romanzo hanno soprattutto valenza simbolica, la suggestione fa da padrone e l'epilogo è la soluzione che racchiude la "morale" di quanto è stato narrato.
Le idee che lo arricchiscono, come spesso capita in Simak, potrebbero servire a molto più di un singolo romanzo: per esempio gli alberi come “antenne” per la conoscenza sparsa tra le civiltà dell'universo, i loro semi custoditi da animaletti, l'eden-trappola, le assurde creature che popolano la città bianca, e naturalmente la bambola-simbolo che viene trovata dai visitatori. Un mosaico che Ugo Malaguti (curatore dell'edizione Elara) paragona al mondo oltre lo specchio di Alice e che trova un parallelo, il suo “altro lato della medaglia” a detta dello stesso Simak, nel successivo I giorni del silenzio.



I giorni del silenzio (1973) è strutturato allo stesso modo di La bambola del destino. La Terra è un gigantesco cimitero, vuoto epitaffio al pianeta natale degli uomini, dimenticato e monopolizzato da una società speculatrice. Intenzionati a esplorarlo, alla ricerca della Terra autentica che si apre oltre i confini del cimitero, troviamo un musicista con il suo strumento robotico e una studiosa di storia sulle tracce di un tesoro archeologico e di un antico essere immortale. Nel loro pellegrinaggio, i protagonisti diventano però le pedine di piani superiori.
Sull'affascinante fondale sci-fi del pianeta cimitero, Simak mette in strada i suoi personaggi e narra di paesaggi e creature che in definitiva sono entità simboliche, al limite del surreale. L'intera storia è una specie di discesa nel buco di Alice (come lo era La bambola del destino) fino ai capitoli finali nei quali vengono rivelate le ragioni supreme. I protagonisti, come sottolinea Ugo Malaguti (edizione Elara), sono spinti dalla ricerca spirituale di conoscenza e arricchimento, opposti al materialismo che invece caratterizzava i personaggi di La bambola. I loro scopi li portano involontariamente a essere il perno su cui si regge il futuro della Terra.
Ancora una volta ci troviamo di fronte alla rivelazione di realtà alternative separate nel tempo. Simak pone interrogativi che per l'epoca non sono così banali come potrebbero apparire oggi, a proposito dei paradossi temporali e del destino. Le idee sono al servizio del concetto: spiriti vaganti che si materializzano attraverso corpi robot, macchine da guerra senzienti, e soprattutto l'Anacronista, immortale visitatore cosmico che fa da punto di congiunzione tra l'universo simakiano degli ultimi romanzi (è il parallelo della bambola nel testo precedente) e quello dei primi (con i suoi cenni al destino universale dell'umanità).
C'è un profumo percepibile di enormità ed eternità, come in molte delle opere di Simak, e risulta un po' difficile a una prima lettura capirne il senso d'insieme, seguire tutti quei sottili fili che conducono alla risoluzione. Anche in questo caso, una rilettura col senno di poi diventa quasi essenziale.
Simak si è oramai abituato a narrare in prima persona, stile che gli permette di stare ancor più alla larga dalle posizioni onniscienti tipicamente di genere che lo costringerebbero a dare spiegazioni. La sua fantascienza ha sempre tentato di distanziarsi dai tecnicismi o dalla space-opera pura, ma è soprattutto in questa fase che si eleva alla totale astrazione, e tutte le sue scelte stilistiche mirano a questo obiettivo. È lo sguardo del protagonista, fino alla fine inconsapevole e perso nelle riflessioni, a costituire il cuore della narrativa simakiana di questa fase tarda.

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